Le testimonianze della Guerra Bianca

Cresce l’interesse per i numerosi oggetti che ancora sono racchiusi nei ghiacciai, dall’Adamello alla Marmolada.
Una nuova forma di escursionismo sui percorsi tracciati un tempo dagli alpini.

Ai due inverni, quello del 1915 sul ’16 e quello successivo, durante i quali, sulle Alpi, truppe italiane, austriache e tedesche si sfidarono nelle epiche lotte della Guerra Bianca, spettano tre record metereologici: l’Istituto Centrale Meteorologico Svizzero, sito ai 2.100 metri del San Gottardo, segnala che mai, dal 1847 ad oggi, si sono verificate coincidenze atmosferiche tali (quanto ad altezza della neve: 6,70 metri il 31 marzo 1916; quanto ad inizio della neve stabile: il 21 settembre del 1915; quanto a scomparsa definitiva della neve: il 21 luglio del 1916), da non consentire ad esseri umani “normali” sufficienti margini di sopravvivenza.

Eppure lassù decine di migliaia di uomini, normali, ci vissero, e combatterono; lassù costruirono rifugi e teleferiche, aprirono nuove vie alpinistiche, tracciarono sentieri e ferrate, lassù trasportarono pezzi da montagna e legname per baracche, aprirono gallerie per le mine e caverne per il riparo. Ma soprattutto lassù vissero, cioè dormirono, mangiarono, si vestirono e molti morirono, trascinati a valle da una valanga od uccisi da pallottole di fucili cecchini o bombe di bombardamenti a tappeto. Qualcosa vi lasciarono ed oggi, anche grazie alla nefasta ritirata dei ghiacciai, sulla Marmolada, sull’Ortles, sull’Adamello, è possibile rinvenire, negli anfratti delle rocce, nei crepacci improvvisamente aperti, o lungo i comodi sentieri spesso ben riadattati, gli oggetti della vita quotidiana dei combattenti: palle di shrapnel inesplose, reticolati e fili spinati, baionette e racchette da neve, ma anche gavette arrugginite, stracci di capi d’abbigliamento, lembi di lettere alla famiglia.

Tutto l’arco alpino centro-orientale, dalle vette del Cevedale e del Gran Zebrù sino alle Alpi Carniche fra Friuli e Slovenia, offre ad ogni tipo di escursionismo l’occasione per visitare i luoghi in cui si verificarono gli eventi bellici.

Per il turista abituato a gite tranquille, le salite all’Altopiano di Asiago ed all’antistante Gruppo del Grappa offrono l’occasione di imbattersi in vaste trincee, fortini semidiroccati, strutture di difesa e d’offesa che ospitarono, in due distinte fasi della Guerra (la Strafexpedition del marzo 1916, voluta dal Generale Conrad per allentare la pressione italiana sul Carso e la resistenza italiana dell’inverno 1917 dopo Caporetto) centinaia di migliaia di soldati, di qualunque arma e nazionalità.

Se adeguatamente attrezzati, è possibile seguire il tracciato dei percorsi di guerra in parete, le vie aperte dalle pattuglie d’assalto per la conquista di picchi giudicati inaccessibili, come sulla Via Ferrata Lipella in Tofana, o sul sentiero degli Alpini in Croda Rossa di Sesto, ed imbattersi in testimonianze della guerra. Per i cultori della materia, sono stati allestiti veri e propri musei all’aperto, tangibili testimonianze degli eroismi dei combattenti, quali quello sulla Cengia Martini, sulla parete Sud del Lagazuoi, o quello su Cima Serauta, nel complesso della Marmolada.

Insieme ai “resti” e grazie ad essi, l’escursionista attento scopre che ad essi sono legati valori che altrove sembra siano spariti: la memoria, la solidarietà, il sacrificio, l’onestà. Valori che sono lì, a portata di mano: i soldati li hanno affidati, ottantacinque anni fa, alla montagna, affinché lei li proteggesse, li conservasse e li tramandasse. Coglierli, per farli propri e tenerseli ben stretti, è opportunità che la montagna offre.

Ad una condizione: il rispetto. Occorre ricordare che ciascun oggetto, gavetta, bomba, baracca, teleferica, trincea od elmetto che sia, ha vistola vita del soldato che ha nutrito, che ha ucciso, che ha ospitato, che ha trasportato, che ha protetto: ha visto il suo sacrificio, la sua stanchezza, la sua disperazione, la sua paura, la sua nostalgia, il suo freddo: gli è appartenuta, con lui ha condiviso tre anni di vita. Rispettiamo, non portiamo via, non rubiamo alla montagna.

Oggi è dato imbattersi in vere e proprie comitive di sciacalli, spesso tedeschi ma anche italiani, che si definiscono “recuperanti”. Con questo termine si identificarono subito dopo la guerra coloro che, militari e non, si diedero da fare, per interessi privati o per amore della montagna, a ripulire le Alpi da quanto lasciatovi, dagli italiani in fuga dopo Caporetto e dagli imperiali inseguitori. Ora, ad ottantacinque anni di distanza, i loro nipotini salgono le cime, perlustrano le grotte, cercano nei crepacci, armati di mountain bike, con le quali confrontano i loro muscoli d’acciaio, e di lattine di Coca Cola, che regolarmente dimenticano. Ogni ritrovamento è una festa: alle cime vengono sottratti i diari di vetta, nelle grotte vengono trovati reticolati e piccoli depositi di esplosivo, dai crepacci aperti dall’effetto serra vengono asportati (e questa è la preda preferita) cappotti, mantelle e scarponi ancora avvolti intorno al loro proprietario.

Rispetto. E qualche consiglio. Anzitutto è necessario documentarsi. Quindi leggere i numerosi testi sull’argomento: studiare le mappe militari e le cartine turistiche, ascoltare le indicazioni di chi quei luoghi conosce; affidarsi alla guida di esperti montanari.

Ha più senso, se si sale al Matajur, oggi in Slovenia, davanti a Caporetto, sapere che sul fianco destro di quel monte che evoca disastri e rovine si distinse, per eroismo e ferocia, l’allora tenente dei reparti speciali da montagna del Wurttenberg Erwin Rommel, la futura volpe del deserto. Qualcosa in più si capisce, nella visita alla galleria di mina del Castelletto, sul fianco della Tofana Prima, se si conosce la storia di quella terribile mina, che utilizzò un quarto della produzione annua italiana di esplosivo, fece saltare in aria 6.000 tonnellate di montagna e disintegrò la vita di 220 Kaiserjaeger austriaci.

Ancor più comprende, l’escursionista che sale al Presena, se ha letto che nella sera di Natale del 1916 due pattuglie, una italiana e una austriaca, composte da sette intirizziti e tristi soldati, si scambiarono doni: pane, per gli italiani, tabacco, per gli austriaci.

Ed i valori si colgono, se ad essi l’alpinista aggiunge il silenzio, il rispetto, la pietas che la memoria reclama.

Claudio De Cobelli