8 Settembre 1943

All’indomani del 25 luglio 1943, data in cui una votazione del Gran Consiglio del Fascismo mise, per la prima volta in ventun’anni, in minoranza, di fatto esautorandolo, il capo del governo, Benito Mussolini, con l’approvazione di quello che passò alla storia col nome di “Ordine del Giorno Grandi”, si affacciò alla ribalta politica italiana un personaggio che, fino ad allora, aveva fatto disastri solo in ambito militare: Pietro Badoglio.
Il Maresciallo Badoglio, era stato protagonista di alcune tra le pagine più nere della tragica disfatta di Caporetto, nel 1917; allora, egli comandava il poderoso XXVII Corpo, nella valle dell’Isonzo: furono i suoi cannoni che tacquero al momento meno opportuno, favorendo l’infiltrazione tedesca che avrebbe fatto crollare la chiave di volta dell’intero dispositivo difensivo italiano.

Eppure, quel piemontese giovane (come comandante di Corpo d’Armata) ed ambiziosissimo aveva già fatto una carriera fulminante, e non sarebbe stato per nulla toccato dal redde rationem sulla rotta della 2ª Armata: le tredici pagine che lo riguardavano, muovendo pesanti accuse circa la sua condotta, furono stralciate dalla relazione ufficiale della commissione d’inchiesta; tant’è che, quando Cadorna, proprio in seguito a Caporetto, venne esonerato dal comando in capo e spedito a Parigi con la Commissione Interalleata, Badoglio non solo conservò il posto, ma fu promosso vicecapo di Stato Maggiore, secondo solo a Diaz nelle gerarchie militari.
Badoglio era un massone, e dei più alti in grado: è bene che se ne tenga conto; anche il Re era massone, e probabilmente di grado inferiore al suo.
Inoltre, Badoglio era piemontese: queste due caratteristiche erano una credenziale di tutto rispetto per fare carriera nell’esercito italiano del 1915.
Il grande salto di qualità, però, egli lo fece quando, da semplice colonnello, scippò il merito della conquista del monte Sabotino al legittimo responsabile di quella notevolissima impresa, il generale Venturi: da allora l’ascesa di Badoglio fu rapidissima e costante.

Finita la guerra, Badoglio fu uno dei Marescialli d’Italia nominati dal Regime; e come tutti, tranne, forse, Enrico Caviglia (che, non a caso, era cattolico ed odiava ferocemente Badoglio, da lui considerato un furfante arrivista), ebbe rapporti molto stretti con il fascismo, che s’ingraziava la classe militare con una pioggia di onoreficenze e di promozioni.
Nel maggio del 1936, sarebbe stato proprio Pietro Badoglio ad entrare trionfalmente in Addis Abeba, al comando dell’esercito coloniale italiano: si sarebbe occupato lui della consegna a Mussolini de “l’Impero”.
Se mai il detto “piemontesi, falsi e cortesi” ha avuto un qualche senso, esso calza a pennello al Maresciallo, nonché Duca di Addis Abeba: quando il suo vecchio datore di lavoro se ne andò scortato dai Carabinieri su di un’ambulanza, il Nostro si affrettò a correre dal Re e ad offrirsi come colui che avrebbe traghettato l’Italia dalla dittatura al ripristino dello Statuto.
Che la guerra fosse perduta, nessuno dubitava; restava da stabilire come perderla.
Anche perché, sparsi per mezzo mondo, c’erano i nostri soldati, mandati a farsi ammazzare a centinaia di migliaia in nome di una causa che non sentivano giusta e contro popolazioni che non percepivano come ostili e nemiche: una resa immediata avrebbe condannato questi soldati alla prigionia, al caos, alle rappresaglie germaniche.
Tra tutte le possibili soluzioni, come era da aspettarsi, sia Vittorio Emanuele III che Badoglio, scelsero la più disonorevole per un militare: ingannare gli uni e gli altri, abbandonare i propri soldati (ma Badoglio aveva già una certa praticaccia a tal riguardo: a Caporetto aveva lasciato i suoi nelle peste e se l’era filata all’inglese) e tagliare la corda, dopo aver confuso le idee a tutti.
Con la sua vocetta fessa, in quel luglio doloroso, Pietro Badoglio annunciava all’Italia e agli Italiani in armi, dalla Francia nordoccidentale alle isole greche, che il regime di Mussolini era finito, che il Re era tornato a godere di tutte le sue prerogative, che lui era il nuovo primo ministro e, soprattutto, che “… la guerra continuava accanto all’alleato germanico!”.

Inutile dire che molti, facendo l’equazione: questa è una guerra fascista, perciò, fine del fascismo uguale fine della guerra!, buttarono le armi e si avviarono (a piedi, perché di automezzi non ce n’era) verso casa, dai Balcani e dal Midi; molti, tuttavia, attesero gli eventi.
E gli eventi furono terribili!
Mentre Mussolini veniva sballottato in un pellegrinaggio assurdo tra varie località di detenzione (Ponza, Gran Sasso ecc.), i Tedeschi, che si fidavano degli Italiani quanto si sarebbero fidati di un aspide velenoso, cominciarono a fare affluire truppe nella Penisola; essi sapevano benissimo che la mossa successiva alla sostituzione di Mussolini sarebbe stata l’armistizio con gli Alleati, come, in effetti avvenne.
Badoglio, coadiuvato dai suoi generali da operetta, intavolò subito trattative segrete con gli angloamericani; questi, nel frattempo, erano sbarcati in Sicilia, nonostante gli epifonemi del Duce su improbabili respinte sul bagnasciuga (parola che indica, peraltro, un pezzo della nave: il luogo dove finisce l’acqua ed inizia la spiaggia si chiama “battigia”!), e si avviavano a risalire l’Italia.

Il 3 settembre 1943, a Cassibile, in Sicilia, fu firmata dagli Italiani una resa incondizionata, che, di fatto, gettava nel più disastroso caos l’esercito, causava l’immediata occupazione militare del territorio nazionale da parte dei Tedeschi e scaraventava il Paese negli orrori della guerra civile e del terrore nazista.
Oltretutto, Badoglio e compagnia bella non volevano che si desse notizia dell’avvenuto armistizio, almeno finché non fossero tutti in salvo dietro le linee alleate; ecco perché si ricorda l’8 settembre e non il 3 come data della resa: il 9, il Re, la corte e lo stato maggiore dell’esercito si rifugiarono in tutta fretta a Brindisi, presi alla sprovvista dall’annuncio dell’armistizio, dato il giorno prima, a sorpresa, dagli Americani.
Badoglio lasciò a Roma soltanto un suo ricordo in vinile: un disco su cui era inciso un comunicato alle forze armate diffuso per tutto il giorno dalla radio, che rappresenta, a tutt’oggi, uno dei più alti capolavori di frittura d’aria e di nulla assoluto in termini di significato (a parte i detti memorabili di Veltroni) , in cui, dando notizia della fine delle ostilità con gli Alleati, si invitavano, tuttavia, i nostri uomini a rispondere agli attacchi da qualunque parte venissero!
Era l’8 settembre 1943: oggi noi ricordiamo questa data come se rappresentasse chissà quale mirabile trionfo della pace sulla guerra, e la fine di un incubo.
Allora, essa rappresentò, viceversa, l’inizio di una tragedia che costò al nostro esercito decine di migliaia di morti, massacrati dai Tedeschi per aver obbedito al proclama di Badoglio, come la divisione Acqui, a Corfù e Cefalonia; uccisi dai partigiani jugoslavi ed infoibati insieme a tanti nostri compatrioti civili, colpevoli solo di essere Italiani; caduti qui e là per l’Europa, sotto i colpi di amici e nemici, ormai indistinguibili.
A questi morti, si devono aggiungere i quasi 600.000 soldati italiani catturati dai Tedeschi ed inviati nei campi di lavoro, in Germania: molti di loro non sono tornati, e i superstiti non scorderanno mai gli stenti, l’umiliazione e le sofferenze di quella prigionia.
Fu un momento di immense vigliaccherie e di eroismi senza nome, ma una cosa mi preme dire: la peggiori vigliaccheria, lo scappa-scappa, il “tutti a casa”, videro come protagonisti soprattutto gli alti ufficiali; quegli stessi che avevano fatto propri i motti deliranti del Regime, e che ora scappavano a gambe levate, abbandonando i propri reparti al loro destino.

Probabilmente, dopo tre anni di guerra insensata, con mezzi inferiori in maniera talmente eclatante da rendere criminale l’idea di far combattere dei soldati contro un nemico tanto superiore, perfino lo stato maggiore italiano aveva capito come stavano le cose; e, come spesso accade al nostro incostantissimo popolo, Badoglio era passato da una (vera o di comodo) cieca fiducia nelle “ferree legioni” ad un’ altrettanto cieca fiducia in un rapidissimo epilogo del conflitto nella Penisola, con un’avanzata fulminea della 5ª armata USA e dell’8ª britannica.
Solo che gli Alleati non ragionavano come Badoglio; e, soprattutto, non erano disposti a sottomettere il loro piano strategico di attacco alla fortezza Europa alle esigenze degli Italiani: il fronte meridionale era uno scenario del tutto secondario, rispetto alla preparazione di ‘Overlord’, cioè lo sbarco in Normandia, che sarebbe avvenuto il 6 giugno del 1944.

Tra la cacciata dell’ultimo tedesco e le fantasie brindisine del ‘picinella’ stavano la linea “Gustav” e, l’inverno successivo, quella “Gotica”: il mostro agonizzava, ma era ancora lontano dall’esalare l’ultimo respiro!
Così, all’Italia toccarono quasi due anni di occupazione tedesca, di battaglie, di bombardamenti delle città, di terrorismo e di guerra civile: le toccarono la Repubblica di Salò e le SS, i massacri partigiani e quelli fascisti, le violenze e i crimini che sempre accompagnano le lotte fratricide, da Caino e Abele ad oggi.
Ai giorni nostri, si ha la deprecabile tendenza a credere che, in fondo, noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta, in quanto, sebbene in extremis, siamo stati cooptati nella grande coalizione democratica contro il nazifascismo.
Mi verrebbe da dire che, secondo la presente vulgata, in fondo, tutti gli Italiani di allora fossero, nel loro intimo, degli antifascisti: perfino Mussolini, anche quando prometteva di radere al suolo la perfida Albione e di bivaccare a Piccadilly, dentro di sé si sentiva già alleato con Churchill e De Gaulle.
Invece, gli Alleati non la pensavano così: noi eravamo degli sconfitti, dei nemici piegati con la forza e, oltretutto, dotati di una certa inclinazione al tradimento.
Infatti, dopo l’8 settembre, i tentativi di creare delle forze armate italiane che, combattendo accanto agli angloamericani legittimassero l’immagine di un’Italia democratica ed antifascista, furono guardati a lungo con sospetto, quando non apertamente boicottati, dai nostri sedicenti “alleati”, tanto puzzava di marcio lontano un miglio l’operato di Badoglio e del Re.

Così, oggi, gli storici inglesi ed americani assistono con stupore alle manifestazioni di giubilo per la “vittoria” del 25 aprile, Festa della Liberazione; e si domandano (e ci domandano) cosa avremo mai da festeggiare!?
A differenza degli storici (o sedicenti tali; chè uno, per fare lo storico, dovrebbe almeno essersi laureato in storia) di casa nostra, quelli d’oltralpe sanno perfettamente che il contributo militare dato dai partigiani alla liberazione del Paese è stato assolutamente insignificante, e che senza le truppe alleate, essi se ne sarebbero rimasti in montagna sine die: ammetto che sia più piacevole pensare al riscatto d’Italia ad opera di Italiani, solo che non è andata così!
Diciamolo bello chiaro: noi la guerra l’abbiamo perduta, punto e a capo.
Se non ci credete, andatevi a leggere le clausole del trattato di pace, e poi mi direte se quello è il trattamento che si riserva ad un alleato!
Grazie a quel trattato di pace, figlio legittimo dell’8 settembre, abbiamo dovuto (e dobbiamo ancora) tenerci i missili americani a San Rossore, i sommergibili alla Maddalena, gli F14 ad Aviano; è a quel bell’esempio di rapporti paritetici tra alleati che dobbiamo la perdita dell’Istria italiana (e all’illuminata attività di statista di Aldo Moro) e la creazione del Territorio Libero di Trieste, durato fino al 1954!

E’ solo grazie all’opera indefessa e disperata di De Gasperi (che sapeva benissimo che eravamo degli sconfitti e non dei vincitori) se non ci è andata peggio!
L’ 8 settembre, perciò, è una bella occasione per riflettere serenamente sul nostro passato, senza acrimonia né preconcetti: bisogna ben avere chiaro cosa c’è stato prima e cosa c’è stato dopo; soprattutto quel che c’è stato dopo, giacchè su un’enorme finzione storica si è retto tutto un castello di luoghi comuni difficilissimi a morire, che ancora rendono fumosi e tesi i rapporti tra le diverse ideologie nel nostro panorama politico, che, non a caso, proprio il giorno in cui si festeggia la “Liberazione”, assumono toni a metà tra l’epico ed il comico.
Settembre, diceva Guccini, è il mese del ripensamento: ripensiamoci un pochino, e facciamo tesoro di questa ricorrenza.
Smettiamo di essere un Paese figlio di Badoglio, della Resistenza, della Repubblica Sociale e dell’America: proviamo, per la prima volta nella nostra storia repubblicana, ad essere un Paese padre di tutti gli Italiani.
E, soprattutto, un Paese serio.

Marco Cimmino