Se il 1942 rappresentò il momento di maggior espansione territoriale
delle forze dell'Asse, con il 1943 esse cominciarono, seppure non sempre
in maniera clamorosa e con qualche ribaltamento di fronte, inesorabilmente
a ritirarsi in tutti gli scenari della guerra.
Dopo la resa di Paulus a Stalingrado (2 febbraio 1943), sul fronte russo
le truppe sovietiche avanzarono decisamente, conquistando Kursk, Rostov
e Kharkov; il 25 di febbraio, Manstein scatenò una controffensiva
nel saliente conquistato, riprendendo, il 18 marzo, Kharkov e Bielgorod;
fino al luglio del 1943, il fronte russo sarebbe rimasto stabile sulla linea
Leningrado/Veliki-Luki/Orel/Kursk/Taganrog.
In Africa settentrionale, dopo lo sfondamento di El Alamein e l'ultimo tentativo
di riscossa dell'Afrika Korps a Kasserine (14-22 febbraio), appariva chiaro
che la situazione stesse precipitando, tant'è che, ai primi di marzo,
Hitler richiamò Rommel in Germania, per evitargli l'umiliazione della
sconfitta; Patton e Montgomery, che guidavano le forze alleate provenienti
rispettivamente da Ovest e da Est, si congiunsero a El-Qattara l'8 aprile:
un mese dopo (12 maggio), le ultime truppe italo-tedesche in Nordafrica
avrebbero capitolato a Capo Bon.
Anche sul fronte del Pacifico le forze dell'Asse subirono un grave rovescio,
anche se le perdite assommarono, nella circostanza, ad un solo uomo: il
18 aprile, una squadriglia di Lightning americani, guidati da un'intercettazione
dei servizi segreti, abbatterono l'aereo su cui viaggiava l'ammiraglio Yamamoto;
con lui moriva un eccellente stratega, ma anche l'unico uomo degli alti
comandi nipponici che fosse dotato di un grande realismo e di una chiara
visione dell'andamento del conflitto: si trattò di una perdita gravissima
per il Sol Levante e che avrebbe causato molti guai al Giappone.
Il 1943 segnò, inoltre, l'inizio della campagna di distruzione sistematica
della Germania per mezzo di incursioni aeree; in preparazione allo sbarco
sul suolo francese, la RAF e l'USAAF attaccarono scientificamente i centri
industriali e i porti tedeschi, adottando la tecnica della divisione dei
compiti: gli americani colpivano gli obiettivi di giorno, con i loro B17
e B24, mentre i Lancaster e gli Stirling inglesi attaccavano di notte, in
formazioni sempre più massicce, che spesso superavano i mille velivoli.
Non era ancora il sistema dell'"Area bombing", cioè del
bombardamento a tappeto indiscriminato, ma ne era certamente il preludio;
tutto ciò era permesso dall'enorme superiorità di mezzi che
faceva pendere decisamente la bilancia dalla parte degli Alleati; la caccia
tedesca doveva misurarsi con formazioni sempre più compatte di incursori
e con decine di migliaia di mitragliere pesanti, che battevano il cielo
intorno ai quadrimotori. L'industria bellica tedesca, comunque, compì
sforzi che hanno del prodigioso, nel periodo 1943-44, moltiplicando il numero
di aerei e di carri armati che uscivano dalle fabbriche; tuttavia, il divario
non poteva che aumentare continuamente, tanto che, al tempo dello sbarco
in Normandia (6 giugno 1944), gli Alleati erano padroni incontrastati dei
cieli, nonostante la comparsa dei primi caccia tedeschi a reazione, i Me
262.
Ancora più evidente era la sproporzione di mezzi tra gli angloamericani
e la Regia Aeronautica, che si immolò letteralmente, prima contendendo
al nemico i cieli d'Africa e del Mediterraneo e poi quelli dell'Italia,
in una lenta consunzione di uomini e mezzi.
Nel luglio del 1943, infatti, gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia,
conquistando il primo lembo d'Europa; altri sbarchi, ben più rilevanti,
sarebbero seguiti, ma la Sicilia fu, in un certo senso, una prova generale
delle reali capacità difensive della fortezza europea.
Le truppe italiane opposero poco più di una resistenza simbolica,
un po' per l'inverosimile sproporzione di mezzi, un po' per la sensazione
che, ormai, tutto stesse andando a rotoli (il 25 luglio, il MCF avrebbe
approvato l'"Ordine del giorno Grandi", che esautorava Mussolini)
e che la cosa migliore fosse concludere le ostilità il più
in fretta possibile.
Ben diverso fu l'atteggiamento delle truppe germaniche, che, soprattutto
nell'interno dell'isola, impegnarono duramente le truppe alleate.
Col 25 luglio e con l'arresto del Duce, si può dire che ebbe inizio
quel processo di scollamento e poi di aperto conflitto che avrebbe diviso
il Paese e causato la Guerra Civile italiana; l'atteggiamento del maresciallo
Badoglio, subentrato a Mussolini nella carica di capo del Governo, alimentò
le incertezze nei nostri soldati: da una parte, era evidente che Badoglio
mirava alla pace e, forse, ad un repentino cambio di schieramento, ma, dall'altra,
per tenere buono l'alleato germanico (che aveva mangiato da tempo la foglia),
egli aveva proclamato, già il 28 luglio, il proseguimento della guerra
al fianco della Germania.
Si preparava l'immensa tragedia dell'8 settembre, causa di tanti mali e
di tanti drammi, i cui strascichi, ancora oggi, a sessant'anni di distanza,
limitano la libertà politica e la serenità ideologica del
nostro Paese; questa tragedia la dobbiamo, per buona parte, al responsabile
principale di un'altra immensa tragedia, quella di Caporetto: il maresciallo
Pietro Badoglio, massone piemontese e figura sciagurata della storia d'Italia.
L'estate del '43 vide anche il riprendere delle iniziative ad Est; nel
luglio, i sovietici respinsero un tentativo germanico a Kursk ed attaccarono
con vigore a Viazma, riuscendo, agli inizi d'agosto, a sfondare il fronte,
riconquistare Kharkov e puntare direttamente al Dniepr; mentre gli Alleati
completavano l'occupazione della Sicilia e Roma veniva dichiarata "città
aperta"; intanto, i pozzi petroliferi di Ploesti, fondamentali per
il rifornimento della Germania, venivano pesantemente bombardati, riducendo
drasticamente la capacità di movimento dei Tedeschi.
In settembre, i Russi presero Smolensk (24 settembre), seguirono il Dniepr
fino a Kiev e conquistarono, infine, l'ex capitale il 6 novembre.
Alla conferenza di Quebec (11-24 agosto), gli Alleati avevano approvato
i piani per lo sbarco in Europa; da questo momento in poi, la Gran Bretagna
avrebbe assistito ad un accumulo di mezzi senza precedenti, fino al fatidico
D-Day.
L'autunno del 1943 vide un susseguirsi di conferenze diplomatiche alleate:
una volta compreso che la guerra era vinta e che era soltanto questione
di tempo, Inghilterra, Usa ed Urss cominciavano a cercare di avvantaggiarsi
nell'inevitabile spartizione; in ottobre vi fu la Conferenza di Mosca, in
novembre quella del Cairo e la ben più importante Conferenza di Teheran
cui presero parte i tre plenipotenziari alleati: Stalin, Churchill e Roosevelt.
Intanto, in seguito all'armistizio dell'8 settembre, di cui ci occuperemo
in un prossimo inserto, Mussolini, dopo la sua liberazione dal Gran Sasso
e il suo ricovero in Germania, aveva costituito, nel nord del Paese, un
governo repubblicano, sostenuto dai Tedeschi, la Repubblica Sociale Italiana
(23 settembre).
La contromossa di Badoglio fu quella di dichiarare guerra all'ex alleato
germanico (13 ottobre), ribaltando completamente la posizione dell'Italia
monarchica rispetto all'inizio del conflitto.
Mussolini, il 3 novembre, fece arrestare il genero, Galeazzo Ciano, che
avrebbe affrontato il processo di Verona e la fucilazione, insieme ad altri
gerarchi firmatari dell'OdG "Grandi"(12 gennaio 1944).
La fine del 1943 trovò gli Alleati in piena offensiva, con i Russi
che avevano definitivamente riconquistato Korosten, più volte presa
e perduta dai contendenti, e con gli Americani che sbarcavano in Nuova Britannia
e risalivano lentamente la Penisola Italiana, arrestandosi di fronte alla
linea Gustav, che rappresentava il caposaldo invernale tedesco.
Il 22 gennaio del 1944, gli Alleati sbarcarono ad Anzio, a sud di Roma,
cercando di superare il cul de sac rappresentato da Cassino, dove le loro
truppe si dissanguavano senza riuscire a passare; proprio mentre infuriava
la battaglia di Cassino, il comandante in capo tedesco in Italia, Kesselring,
scatenò un'offensiva contro la testa di ponte di Anzio (17-29 febbraio),
che, però, fallì.
Sul fronte orientale, i Russi stavano ormai avanzando in tutti i settori;
il 14 gennaio iniziarono una poderosa offensiva per liberare Leningrado
dall'assedio, il 22 febbraio l'Armata Rossa entrava a Krivoi-Rog, il 26
marzo i Russi raggiungevano il Prut e la frontiera rumena.
Questa campagna invernale logorò terribilmente le forze tedesche,
che, ormai vedevano assottigliarsi spaventosamente le proprie risorse, in
particolare di mezzi corazzati, aerei e carburante; ma anche il salasso
umano era terribile.
Mentre gli Americani bombardavano Budapest , ora sotto il diretto controllo
dei Tedeschi e delle Croci Frecciate, e Bucarest (aprile '44), le truppe
sovietiche conquistavano Ternopol (5 aprile), Odessa (10 aprile) e, infine,
Sebastopoli (9 maggio), quando si concluse il ciclo operativo invernale.
Da ogni parte del mondo, stavano, intanto, affluendo truppe per attaccare
la fortezza Europa: i 450.000 Francesi della neonata Armée, i Brasiliani,
i Palestinesi, gli Anzacs, i Polacchi, gli Indiani; si avvicinava il momento
tanto temuto da Hitler, quello dell'attacco al Vallo Atlantico.
In realtà, il sistema difensivo della costa francese era tutt'altro
che insuperabile: soltanto nella zona del Pas de Calais la fascia costiera
di batterie a lunga gittata, di blockhaus e di trappole anticarro ed antinave
era efficiente; per il resto, le difese erano poco profonde e piuttosto
approssimative, data la scarsità di riserve (in pratica, due sole
divisioni panzer) e la precarietà degli apprestamenti fissi.
Hitler, è notorio, non credeva all'eventualità di uno sbarco
sulle coste normanne, e nemmeno le comunicazioni del suo ufficio informazioni
sui preparativi alleati valsero a smuoverlo dall'idea che l'azione principale
sarebbe avvenuta sulle basse coste del nord.
Preda delle sue allucinazioni, che si sarebbero acuite in seguito all'attentato
di Rastenburg del 20 luglio, il Fuehrer non si fidava dei propri generali
ed era sempre più spesso preda di un delirio strategico, in cui spostava
divisioni inesistenti e si affidava alle proprie divinazioni astrologiche
e al proprio intuito.
Incredibilmente, perciò, i Tedeschi vennero presi alla sprovvista
dallo sbarco in Normandia, che, altrimenti, avrebbe potuto, per come sono
poi andate le cose, risolversi in un disastro per le pur strapotenti forze
alleate.
Intanto, nell'immediata vigilia di Overlord, gli Americani progredivano
nel Pacifico, sbarcando in Nuova Guinea a Saidor (2 gennaio), nelle Marshall
(31 gennaio), nelle Caroline (16 febbraio) e riconquistando Wake (15 maggio)
e Biak (27 maggio).
In Italia, il 17 maggio cadde Cassino e, una settimana più tardi,
la 5a armata del generale Clark si ricongiunse con le truppe sbarcate ad
Anzio: la linea Gustav era caduta.
E' naturale, però, che il 1944 risulti dominato dall'evento chiave
di tutta la guerra, ossia lo sbarco in Normandia.
All'alba del 6 giugno 1944, si presentò davanti alle coste francesi
un'armata d'invasione forte di 4.126 navi e di più di 15.000 aerei,
che trasportavano la 1a armata Usa e la 2a britannica: la superiorità
aerea alleata era dell'ordine di 50 a 1!
Lo sbarco avvenne al mattino, con la bassa marea, per evidenziare gli ostacoli
antisbarco sommersi: anche questo prese in contropiede il comandante delle
forze di difesa tedesche, Rommel.
Le spiagge su cui sbarcarono gli Americani (Utah e Omaha) e quelle di competenza
britannica e canadese (Gold, Juno e Sword), nella zona tra Caen e il Cotentin,
entrarono per sempre nella storia; il cinema, oltre che la storiografia,
ha contribuito ad alimentarne la leggenda ("Il giorno più lungo",
"Salvate il soldato Ryan"), cui, pertanto, non aggiungeremo altre
parole.
L'8 giugno, gli Americani erano a Bayeux, il 12 a Carentan, il 26 si arrendeva
Cherbourg.
Durante il mese di Luglio, le città normanne caddero una dopo l'altra,
mentre Rommel rimaneva gravemente ferito in un attacco aereo alla sua vettura;
Caen era caduta il 9 luglio, il 19 Saint-Lô, il 30 Avranches, che
avrebbe permesso uno sfondamento, che poi avvenne, in direzione della linea
Somme-Aisne-Marna.
Nel frattempo, anche i Russi non erano rimasti con le mani in mano: le valorosissime
truppe finlandesi avevano alla fine dovuto abbandonare la linea Mannerheim
sotto gli attacchi dell'Armata Rossa (20 giugno); nel nord, i sovietici
avevano invaso la Bielorussia ed i Paesi Baltici, erano penetrati in suolo
polacco all'inizio di luglio e, nel breve volgere del mese, si erano presentati
in Prussia orientale, minacciando direttamente il territorio del Reich.
La guerra, ormai, si combatteva in Germania, con tutte le conseguenze, anche
psicologiche, che questo poteva comportare; incredibilmente, però,
il popolo tedesco, pur presagendo l'inevitabile disfatta, non manifestava
segni di cedimento nella sua fede per il Fuehrer, e, per la stragrande maggioranza,
avrebbe conservato questa fede incrollabile fino alla fine.
Mentre l'offensiva in Polonia si arrestava e Varsavia insorgeva sotto la
guida del generale polacco Bor, la Romania, invasa per buona parte dalle
truppe sovietiche, si arrendeva; il re fece arrestare il dittatore Antonescu
ed i Tedeschi persero un altro alleato.
Per quanto riguarda il nostro Paese, rinviando l'analisi della guerra civile
ad un prossimo inserto, insieme ad altri temi storici particolarmente delicati
della seconda guerra mondiale, come la Shoà, dobbiamo segnalare il
fatto che, il 15 luglio, il governo si era reinsediato a Roma , dando l'impressione
che, in almeno metà dell'Italia, ci si avviasse verso una difficile
normalizzazione; la strada della pace era, però, ancora lunga: dopo
la caduta di Livorno, di Firenze e di Pisa (19 luglio, 16 e 19 agosto),
i Tedeschi si organizzarono su una nuova linea difensiva invernale, la Linea
Gotica, che attraversava l'appennino tra Toscana ed Emilia-Romagna.
Nel frattempo, erano affluite al fronte alcune aliquote di truppe italiane
repubblicane, addestrate e riorganizzate in Germania, mentre continuava
a combattere valorosamente la Xa flottiglia MAS del comandante Borghese,
cui affluivano in continuazione volontari, facendone lievitare gli effettivi
in maniera esorbitante.
Anche l'estate del 1944 segnò, infine, una serie di progressi ulteriori
degli Americani e dei Britannici nel Pacifico: nelle Marianne, in Nuova
Guinea e in Birmania, i Giapponesi subirono duri rovesci e dovettero abbandonare
Guam, il 10 agosto.
Dopo le difficoltà iniziali di Overlord, determinate, prevalentemente,
dalla scarsità di porti cui fare affluire l'enorme massa di materiali
e mezzi per rifornire le proprie armate, ora gli Alleati, proseguivano spediti
in territorio francese.
Il 15 agosto vi era stato un notevole sbarco franco-americano in Provenza,
che aveva creato un secondo fronte, stavolta meridionale, per le truppe
che difendevano la Germania da occidente; il 19 dello stesso mese Parigi
era insorta e, il 25, vi erano entrate le truppe alleate, salutate da un
tripudio straordinario.
Il fatto che, insieme agli angloamericani si trovassero gli Sherman di Leclerc
era costato quasi un incidente diplomatico tra Eisenhower e l'arcigno generale
De Gaulle, che, lungo tutta la guerra, aveva cercato di imporsi come unico
interlocutore francese degli Alleati, riuscendovi in virtù più
della sua arroganza che di una sua reale rappresentatività del popolo
francese: erano i primi segnali di come De Gaulle avrebbe interpretato il
concetto di Grandeur, una volta capo della Francia.
Per farla breve, comunque, entro il mese di settembre, tutta la Francia
e buona parte del Belgio erano stati occupati dagli angloamericani, le cui
forze, provenienti dalla Normandia e dalla Provenza, si erano riunite, come
le ganasce di un'immensa tenaglia, a Châtillon-sur-Seine, il 12 settembre.
Le truppe tedesche, però, guidate da Model, che aveva sostituito
Kluge, suicidatosi dopo l'attentato del 20 luglio, si erano per buona parte
sottratte alla trappola; si trattava, tuttavia, di un esercito sconfitto,
deluso e praticamente disarmato, pallido fantasma di quello che aveva percorso,
in senso inverso, le stesse strade nel 1940.
In quello stesso settembre del 1944, la Bulgaria cadeva e chiedeva l'armistizio
ai sovietici, dichiarando guerra alla Germania (7-11 settembre), mentre
le truppe russe e quelle jugoslave del maresciallo Tito si congiungevano
a Negotin, il 15: il cerchio continuava a chiudersi sul Reich.
Ai primi di ottobre, gli Americani forzarono la linea Sigfrido, ad Aquisgrana,
l'Ungheria venne invasa dai sovietici, mentre il generale Bor, a Varsavia
si dovette arrendere ai Tedeschi; il 20 ottobre Tito entrò a Belgrado:
il 13 dicembre Tito annunciò che la futura repubblica jugoslava sarebbe
stata una federazione di sei stati; uno di questi stati comprendeva l'Istria
e buona parte della Venezia Giulia, da cui già da tempo si stavano
eliminando gli elementi nazionali italiani: si stava delineando il dramma
delle foibe, il cui primo atto si era visto dopo l'8 settembre; anche di
questo parleremo diffusamente nell'inserto sui temi scottanti della seconda
guerra mondiale.
La fine del mese vide anche una pesante sconfitta aeronavale giapponese
nel pacifico, con la battaglia di Leyte, in cui comparvero per la prima
volta in numero rilevante gli aerei suicidi, i Kamikaze; quanto a Leyte,
l'accanita resistenza giapponese cessò del tutto a dicembre; in pratica,
gli unici settori in cui le truppe del Tenno non fossero in aperta crisi
restavano la Cina e l'Indocina, dove le loro offensive raggiunsero buoni
risultati, sia contro Ciang Kai-Scek che contro gli Americani, per il resto,
la superiorità aeronavale degli Usa era troppo marcata per lasciare
spazio a qualche speranza.
La guerra, di fatto, avrebbe potuto finire qui, almeno per quanto riguarda
il fronte occidentale: ben presto, le avanguardie di Patton avrebbero, incredibilmente,
trovato un ponte intatto sul Reno, a Remagen (6 marzo 1945) , e di lì
la porta era praticamente spalancata fino a Berlino, giacchè non
esistevano tra il Reno e la capitale forze consistenti, fatte salve le divisioni
corazzate di Rundstedt, celate nella foresta delle Ardenne, ma quelle sarebbero
dovute servire a tutt'altro.
A questo si opposero due eventi: il primo fu la scelta, tutta politica,
degli Americani di lasciare ai Sovietici l'onore della conquista della capitale
del Reich, ennesima prova del fascino incomprensibile che Stalin esercitava
su Roosevelt.
Il secondo dipese esclusivamente dai Tedeschi e dalla loro disperata volontà
di non arrendersi.
Il 16 dicembre, infatti, con scorte di carburante decisamente irrisorie
e confidando in un fattore aleatorio come il cattivo tempo che costringesse
a terra gli aerei alleati, i carri Tiger germanici sbucarono all'improvviso
nelle linee americane, seminando lo scompiglio: era la battaglia delle Ardenne,
l'ultimo grande sforzo offensivo di Hitler.
In verità, nei piani del Fuehrer questo doveva essere un secondo
attacco alla Francia, con esiti disastrosi e, forse, definitivi per le truppe
sbarcate in Normandia, che dovevano essere tagliate fuori; ma, nella realtà,
l'offensiva delle Ardenne avrebbe, al massimo, potuto scompigliare il fianco
settentrionale delle armate Usa: di fatto, i carri tedeschi si ingolfarono
intorno alla piazzaforte di Bastogne, senza neppure superare la Mosa.
Il 28 dicembre, gli Americani liberarono Bastogne dall'assedio e a metà
di gennaio 1945 l'offensiva era stata del tutto rintuzzata, con la distruzione
dei reparti corazzati nazisti.
Bisogna dire che le truppe germaniche a sud di Strasburgo se la stavano
cavando meglio, tuttavia, in pratica, a febbraio, gli alleati costeggiavano
il Reno per quasi tutto il suo percorso, fino alla conquista di Colonia
e, come già detto, di Remagen, ai primi di marzo.
Naturalmente, in tutto questo periodo, non era passato un solo giorno senza
che massicce formazioni di bombardieri avessero scaricato migliaia di tonnellate
di bombe sul Reich: le città tedesche, ormai, sembravano città
lunari, con scheletri di case smozzicate che sorgevano in un mare di macerie.
Tra tutte, citiamo Dresda, che, pur non rappresentando un bersaglio strategico,
ed essendo stata, per questo motivo, fino ad allora risparmiata (le fabbriche
di strumenti ottici si trovavano fuori del perimetro urbano, ed erano già
state colpite), venne attaccata a più riprese, tra il 13 ed il 14
marzo.
Nella città si trovavano almeno 500.000 profughi, provenienti dalla
Slesia e fuggiti di fronte alla ferocia sovietica; su di loro e sugli abitanti
dell'antica capitale sassone, alle 22 del 13 marzo cominciano a piovere
bombe da due tonnellate, destinate soprattutto ad infrangere i vetri su
di un vasto raggio, per facilitare il propagarsi degli incendi.
Tre ondate di bombardieri Lancaster e B17 (più di 1.100 in tutto)
sganciarono sulla città 650.000 bombe incendiarie, trasformando Dresda
in un ciclone di fuoco che si autoalimentava per la depressione barometrica;
nessuno scampo per gli abitanti, soffocati nei rifugi o arsi per strada,
nessuna possibilità di soccorso, perché i cacciabombardieri
americani mitragliavano senza pietà i carri dei pompieri che provenivano
dalle città vicine: Dresda fu un episodio di una ferocia inaudita
in una guerra che era stata inauditamente feroce, e causò circa 150.000
vittime, cioè più di qualunque altro bombardamento della guerra,
compreso quello di Hiroshima!
Perfino il parlamento britannico insorse per questo atto di barbarie; ma
nessuno ebbe il coraggio di dire che il bombardamento era stato espressamente
chiesto dai sovietici, per scompigliare le retrovie del fronte orientale.
Il quale fronte, ormai, stava a sua volta crollando: il 13 febbraio Budapest
si arrendeva, ai primi di marzo l'Armata Rossa entrò in Austria e
nella Germania orientale, nello stesso momento cadeva la Pomerania; un poco
alla volta, le forze sovietiche stringevano Berlino, cui Eisenhower aveva
ufficialmente rinunciato, in una morsa.
Da questo momento in poi, ogni giorno segnò uno sviluppo deciso verso
la fine del Reich: vediamo di riassumere gli avvenimenti in modo sintetico.
Il 10 aprile cadde Königsberg, il 12, il giorno della morte del presidente
americano Roosevelt, cui succedette Truman, i Russi entrarono a Vienna,
il 16 iniziò l'offensiva congiunta di Zukov e di Konev contro Berlino,
il 17 si arresero le truppe della Ruhr, il 19 gli Alleati, in Italia, forzarono
la linea gotica e presero Bologna, il 27 veniva assassinato Mussolini, il
29 i Francesi che avevano attaccato da nord e gli Alleati si congiunsero,
a Torino, il 30 aprile Hitler si suicidava nel bunker della cancelleria,
insieme alla moglie, Eva e, il 7 maggio, a Reims, le truppe tedesche si
arresero senza condizioni.
La guerra in Europa si concludeva, con il suo strascico di drammi e di polemiche:
alla fine, gli Americani avevano commesso l'errore di assecondare troppo
Stalin, e questo si sarebbe ritorto contro di loro.
Le conferenze di Yalta (4-12 febbraio) e di Potsdam (17 luglio), in pratica,
sancirono la divisione del mondo in due, consegnando una parte dell'Europa
all'incubo comunista.
Churchill, sconfitto dal laburista Attlee alle elezioni di luglio 1945,
riferendosi al suo sedicente alleato sovietico, commentò amaramente:
"Abbiamo ammazzato il porco sbagliato!", il che la dice lunga
sulla sua opinione riguardo al tiranno russo.
Intanto, anche la sorte del Giappone si stava compiendo.
In gennaio, MacArthur era sbarcato a Luzon, il 17 febbraio Mac era tornato,
come aveva promesso nel 1942, a Corregidor e il 25 era entrato a Manila;
anche le città nipponiche subirono, a partire dal marzo 1945, pesanti
incursioni aeree, favorite dalla quasi completa distruzione dell'aviazione
del Sol Levante: Tokio, Osaka, Yokohama, Nagoia e Kabè pagarono un
duro prezzo; tra le città risparmiate, Hiroshima e Nagasaki avevano
un appuntamento con il destino.
Il 16 marzo, cadde Iwo Jima e il 1 aprile gli Americani sbarcarono a Okinawa:
la guerra ora minacciava direttamente l'arcipelago giapponese.
Mentre, una ad una, le isole del Pacifico cadevano, da Bougainville al Borneo,
gli scienziati americani stavano ultimando i test per la prima esplosione
atomica della storia: questa si realizzò ad Alamogordo, nel deserto
del New Mexico, il 16 luglio del 1945, segnando l'inizio dell'era nucleare.
Il 6 ed il 9 agosto, due fratellini della bomba di Alamogordo, Little Boy
e Fat Man, consegnavano Hiroshima e Nagasaki alla storia ed i loro abitanti
all'olocausto atomico; il 15 agosto, l'imperatore ordinava di cessare ogni
ostilità.
Il 2 settembre, , alla fonda nella rada di Tokio, con la capitolazione
giapponese sul ponte della corazzata Missouri, finiva la seconda guerra
mondiale.
Le vittime sono state calcolate in circa 40.000.000, anche se il loro vero
numero non sarà mai calcolato.
Certamente incalcolabile è la mostruosa rovina, fisica e morale,
che questo conflitto ha procurato all'umanità, e all'Europa, in particolare;
senza contare che moltissime questioni legate alla guerra non sono affatto
state risolte dalla cessazione delle ostilità, a partire dal processo
di Norimberga.
Dei problemi ancora fonte di discussione, o, almeno, dei più importanti,
cercheremo di occuparci nel prossimo inserto; per ora, ci preme ricordare
a chi ci critica perché il nostro lavoro appare troppo o troppo poco
schierato, che gli storici hanno il dovere di schierarsi da una sola parte:
da quella della verità, il più possibile oggettiva e verificabile.
Dovendo prossimamente parlare di Resistenza e Repubblica Sociale, di Olocausto
e di Foibe, è meglio ricordarlo a chi avrà la bontà
di leggere le nostre note.
Marco Cimmino