La scalata, difficile e pericolosa, era quasi ultimata; poco sopra, dietro
uno sperone incrostato di ghiaccio, s'intravvedeva il pulpito dell'anticima:
ancora un centinaio di metri, forse meno, e Nino sarebbe riuscito, ancora
una volta, a sconfiggere il monte.
Era un alpinismo eroico, fatto di scarponi imbullettati e di corda manilla;
e poi la sud dell'Adamello non era certo un scherzo, specialmente con un
piede di meno: lo sapeva bene Nino Calvi, il capitano Natalino Calvi, che
aveva da poco smesso la divisa, dopo aver combattuto per quasi quattro anni
in quei deserti gelati, che lo avevano visto sciatore straordinario ed animatore
infaticabile di quella banda di matti che, dal rifugio Garibaldi, portava
la guerra sulle Lobbie e sulle creste, laggiù, fino ai Monticelli
e alla conca di Presena.
Ancora uno sforzo, per Santino, per Attilio, per Giannino, per la mamma,
che non ha più nessuno da aspettare, nella casa di Piazza Brembana,
uno sforzo ancora, rabbioso. Ma la montagna è traditora, è
vile, e pretende la sua libbra di carne.
E, poi, magari, era il destino a richiamare lassù il capitano: bisognava
pagare l'ultimo tributo al monte implacato.
O forse erano gli alpini a chiamare Nino sull'Adamello: gli alpini del Mandrone
e del Val d'Intelvi, caduti tra i seracchi e sulle vedrette: vieni, capitano,
che manchi solo tu!
La voce possente della valanga risuonò sulla parete, agghiacciando
il sangue agli amici del solitario scalatore, che lo guardavano salire da
sotto, quasi spingendolo con gli occhi, dopo aver tentato (oh, invano: non
ascoltava altra voce che quella che gli parlava dentro, il Nino!) di dissuaderlo.
E Nino Calvi cadde, lungamente rimbalzando sulle rocce, e poi volando come
un pupazzo disarticolato, finchè la neve si fermò, e la montagna
tornò silenziosa.
Ma in quel volo, egli vide quel che noi non potremo mai vedere; fu, per
un momento, come sospeso nell'aria, bellissimo e invincibile, e, proprio
in quel momento, vide.
Vide la valle verde, e la conca ridente di Piazza, e la sua casa, e i fratellini
a giocare sul ghiaietto, e la chiesa, e il cimitero.
E vide il fiume, e le cime delle prime escursioni, l'Ortighera (e l'Ortigara,
invece, si sarebbe presa Santino), il Menna, il Pescegallo, e la città,
gli studi, le ragazze.
Ma soprattutto vide i suoi fratelli, vestiti della sua stessa divisa: non
rantolanti sotto un telo tenda a passo Brizio, non crivellati al passo dell'Agnella
e nemmeno in un letto d'ospedale, con la febbre ed il delirio: allegri e
forti, li vide, che salivano verso Fargorida, che si slanciavano dalla Caldiera,
che difendevano il Grappa.
Attilio, il secondogenito, era stato il primo a far l'alpino: aveva combattuto
col 5° alla Ridotta Lombardia, nell'undici, era tornato al 5° sull'Adamello:
bronzo, argento, argento e ancora argento, per l'ultimo nastrino, quello
che si porta sul bracciale nero del lutto.
Nino aveva saputo subito, nel disordine della battaglia, della ferita mortale
di Attilio, al passo di Fargorida, poco lontano da quell'ultimo suo volo
inebriante.
L'avevano pianto tutti, Attilio: Battisti e Sora, Larcher e Patroni; Carlo
Emilio Gadda gli aveva dedicato un racconto de "Il castello di Udine".
Era morto al Garibaldi, pensando nel delirio di guidare quelli della "balla
verde"all'assalto, nella notte sul primo maggio del 1916.
E un anno dopo, la guerra dannata si era presa Santino, ventiduenne guerriero,
tutto coraggio ed irrequietezza: il ribelle contro le stupidaggini formali,
l'eroe del battaglion Bassano.
Nino non aveva mai visto l'Ortigara, che gli aveva rubato Sante, il più
matto, il più amato, forse.
Aveva la battaglia nel sangue, il terzo Calvi: il 30 maggio del '15 aveva
già meritato una medaglia d'argento!
Si meritò un bronzino, nella difesa di monte Campigoletti, durante
la 'Strafexpedition' del '16, poi, il suggello d'argento, e anche per lui
il crespo ed il velluto nero: anche a lui fu negato l'oro, che pure meritava,
come ad Attilio, come a Nino.
Ebbe piombo, da una schwarzlose austriaca, il dieci di giugno, quello della
canzone, sulla groppa devastata del monte maledetto dagli alpini, mentre
mostrava, nel massacro inutile ed insensato dell'operazione K, come gli
alpini sanno morire.
Vide il martirio terrificante dei ventidue battaglioni dell'Ortigara, Nino,
mentre il sole lo colpiva di sguincio e la roccia si avvicinava vertiginosamente;
con Attilio, a mescolare il proprio sangue col suo, si svenavano le nostre
valli.
Pecori-Giraldi, di lontano, scrutava col binocolo la nebbia, e ripeteva:
"Proviamo ancora!".
E Attilio e gli altri andarono a morire; un morto ogni metro di montagna.
Restava Gianni, cui Santino aveva lasciato i vestiti della festa in testamento;
Giannino, di diciott'anni appena, viso di seminarista bambino.
E anche Gianni andò, per chiedere vendetta di quei fratelli grandi
e forti che la guerra aveva portato via.
Lo rivide Nino, con l'ultima tenerezza delle sue ferite, con la divisa troppo
nuova, quando si presentò al suo reparto per prendere servizio.
Combatterono insieme, il primo e l'ultimogenito, la battaglia finale, nell'ottobre
del diciotto, sulla tormentata dorsale del Grappa: Nino fu ferito gravemente,
Giannino, per miracolo, fu illeso.
Ma era destino che non dovesse far ritorno a casa se non insieme a tutti
gli altri: lo uccise la spagnola all'inizio del diciannove, nell'ospedale
militare di Padova.
Cadeva, cadeva, Nino, in quel breve crepuscolo della sua vita, e gli pareva
che gli venissero incontro tutti quei morti cari, accompagnati dal suo papà,
morto di dolore qualche mese prima.
Poi fu il silenzio, meraviglioso ed immenso, come sa esserlo solo sulle
montagne: lo smemorante silenzio che placa ogni dolore.
Lontano, mamma Clelia guardava la vallata verdeggiante, con i suoi occhi
di un azzurro limpido, purificato da un pianto senza fine: la breve piazzetta
non sarebbe più risuonata dei richiami festosi dei suoi ragazzi,
delle loro declinazioni latine, delle arringhe farsesche.
Per lei, ora, non c'era che ricordo, e solitudine e la memoria dei suoi
figli eroi, che ritornava ad ogni visita di un commilitone.
La mamma guardava la vallata: "I me scecc…" ripeteva con
amore infinito.
Una nuvola coprì il bel sole, come un pensiero funesto in più.
La signora pensò a Natalino, che aveva caparbiamente voluto salire
l'Adamello, che era quasi autunno: chissà se era già ridisceso
al rifugio Garibaldi…chissà se era ridisceso.
Poi chiuse la finestra, perché si faceva tardi, e l'aria cominciava
ad essere fresca.
Restò sola, nella vasta casa silenziosa, in cui aveva allevato i
suoi quattro figli.
Marco Cimmino