Le nove dighe sono situate su una sorta di frastagliato altopiano, che si estende per una ventina di chilometri quadrati fra la valle del Brembo e la dorsale montuosa orientale, costituita dalle cime Cabianca, Farno, Frati e Valsanguigna. La zona è particolarmente attraente, e le difficoltà di accesso invernale (causate prevalentemente dall'abbondante formazione di ghiaccio sui sentieri), la mancanza di impianti di risalita e la chiusura dei rifugi la rendono isolata ed incontaminata.
Per sei mesi l'anno è estremamente raro incontrare escursionisti. I laghi vengono ricoperti dai ghiacci; la neve cade abbondante; il disgelo non giunge che ad aprile.
Tuttavia il silenzioso altopiano non si addormenta: oltre che dai camosci, sono ormai settant'anni che esso viene quotidianamente percorso in lungo ed in largo dai guardiani delle nove dighe, cui sono demandati il controllo, la cura e la manutenzione degli impianti.
I guardiani abitano, suddividi in squadre di due uomini ciascuna, con turni di quattro giorni alla settimana, nelle tre “guardianìe” sparse per l'altopiano, due delle quali piuttosto decentrate (a Fregabolgia, da cui dipende la condotta orientale, ed a Sardegnana) e una (a lago Marcio) centrale rispetto alla condotta occidentale.
Questi guardiani svolgono il loro lavoro, di grande importanza ai fini della sicurezza degli impianti, trasferendosi ogni giorno da una diga all'altra, in qualunque condizione metereologica o d'innevamento. Per muoversi utilizzano gli sci di fondo (essendo le “ciaspole” troppo lente e gli sci d'alpinismo troppo pesanti), anche se la maggior parte dei percorsi da compiere è tutt'altro che pianeggiante. Hanno imparato, perfezionato ed adattato all'ambiente la tecnica di discesa della “raspa”, che consiste nello sciare a piedi larghi stando appoggiati, praticamente seduti, sui bastoncini, ciò che consente agile curva e frenata in qualunque tipo di discesa.
Dovendo spesso muoversi su neve incontaminata, non sempre in buone condizioni di visibilità, hanno sviluppato una incredibile conoscenza dei luoghi, ed un senso dell'orientamento basato su numerose variabili, prima fra tutte l'istinto. Conoscono le zone a rischio valanghe, ogni singolo canalone di ogni monte, i tipi di neve ed i climi ad esse favorevoli, venendo aiutati, oltre che dalla propria esperienza, dal comportamento dei camosci.
Come loro, vivono in armonia con la montagna; lungi dal sentirsene protagonisti, se ne considerano semplice parte, a ciò spinti anche dalle condizioni di isolamento in cui vivono. Amano la montagna che li ospita; la conoscono profondamente, la rispettano. Trascorrono ore ad osservarla.
Non è - sostengono - l'incentivo economico (molto modesto) l'elemento
decisivo per un tale genere di vita; c'è la passione per la montagna,
la possibilità di osservare il cambio delle stagioni, assaporare
il profumo dell'aria di neve che scende dalle cime, restare sorpresi dallo
scoprire che un lago si è repentinamente coperto di ghiacci, condividere
l'allegria del risveglio durante il periodo del disgelo.
Sono uomini forti, la vita nell'isolamento della montagna e dell'inverno, li rende apparentemente distaccati, ma profondamente solidali, non solo rispetto alla vita dei loro compagni, ma anche rispetto agli accadimenti del mondo, duemila metri più in basso.
Colpisce la contagiante allegria e lo sguardo rasserenante di Lanfranco, atleta recordman delle gare di corsa in montagna. Salito in guardianìa nel 1973, ha trovato il tempo per avere tre figli, il primo dei quali alle soglie dell'università.
Esperienza diversa quella di Silvio, capo non solo formale, ma anche storico e carismatico dei guardiani: anche lui grande atleta, ora in pensione, e tuttora ricordato dai colleghi con amicizia e rispetto. La sua profondità d'animo, la sua trasparente disponibilità e la sua semplicità si riflettono in una grande schiettezza e integrità; quando ha tempo, riprende le vie della montagna, dove trova sempre qualche vecchio amico con cui scambiare qualche parola.
Il numero dei guardiani diminuisce: quelli che vanno in pensione non vengono sostituiti. Fino a pochi anni fa ogni squadra era costituita da tre uomini, e ciascuna guardianìa aveva a disposizione più squadre. Anche qui la tecnologia sostituisce l'esperienza. Certamente è una necessità dei tempi, ma è anche un peccato: sempre meno è dato incontrare persone per le quali la vita non sia solamente una caricatura di sé stessa.
Claudio De Cobelli