Non è vero che siamo bestie, incanalate senza coscienza e senza
rimedio in un buio corridoio che ci porti dal mistero del nascere a quello
del morire, senza un solo momento di percezione e di comprensione; non è
vero, soprattutto, che le ragioni del nostro combinarci e dividerci siano
quelle dettate da norme arrugginite e grevi, concepite da categorie eminentemente
meccaniche, come gli economisti o i politologi: eravamo Europa prima di
Maastricht ed indipendentemente da Maastricht.
Siamo Europa da quando uomini di stirpi diverse vegliavano intorno ai fuochi
notturni degli accampamenti legionari, al confine della Drava o a quello
germanico, da quando il figlio di un maggiordomo merovingio fu unto da un
papa nella notte di Natale, siamo Europa da Lechfeld e da Lepanto, siamo
Europa da quando questa parola ha assunto un qualche significato.
Non è una storia migliore delle altre, ma è la nostra storia.
Negli anni bui dei potentati economici, resi ancora più bui dalla
supina connivenza degli intellettuali, si è sparso uno spesso manto
di terriccio sulle testimonianze di questa appartenenza, forse associando,
con un'operazione umanamente comprensibile, ma culturalmente abominevole,
l'identità nazionale con lo sciovinismo, e l'autorità con
l'autocrazia.
Oggi, però, la storia si sta prendendo qualche rivincita: è
sempre più sentito il bisogno (mi verrebbe da scrivere, la fame)
di ritrovare l'alveo del fiume; urge la necessità di vedere, toccare,
possedere le tracce del nostro vero passato, che è legato alla terra
e alle memorie lasciate da chi ci ha preceduto, che non sono qualcosa di
vago sulla tabella di una statistica, ma sono i nostri padri, i nostri nonni
ed i nonni dei nostri nonni.
Per questo, sempre più spesso la gente pone delle domande ai luoghi
della nostra memoria, e non si limita più a guardarli a bocca aperta,
o, peggio, armata di un baedeker da pochi soldi: foscolianamente, abbraccia
le tombe, per sentirsi raccontare il proprio passato.
Di qui, io credo nasca l'esigenza di una forma di turismo diversa da quella
cui siamo abituati: quindicimila bevande incluse; si devono dare a chi visita
dei luoghi storici gli strumenti per raggiungere i siti, per comprenderne
la struttura e per riconoscere le tracce che la storia vi ha lasciato.
Non esistendo, in via formale, una disciplina che si occupi di questo; nè
tampoco esistendo delle guide cui vengano richieste competenze diverse dalla
conoscenza delle lingue straniere o dalla nozione manualistica dei monumenti,
si sta, informalmente, sviluppando un nuovo modo di andare per montagne,
che prende il nome di 'escursionismo storico', e che coniuga due aspetti
del pellegrinaggio nella memoria storica che, finora, si sfioravano solo
di sguincio, e più per caso che per determinata volontà, ossia
quello geografico escursionistico e quello storico e didattico.
In questa direzione si è mossa una bella iniziativa prodotta dagli
sforzi congiunti di due tra le associazioni culturali più attive
, in Lombardia, sul versante della divulgazione storica, vale a dire "La
città Nuova" di Lecco e la "Guido Cavalcanti" di Bergamo,
denominata "Su pei monti a guerreggiar", che ha visto, in una
serata di gran pubblico, tre interventi sul neonato escursionismo storico,
ad opera di due valorosi cultori di questa disciplina, Pietro Bonicelli
e Claudio De Cobelli, nonché del sottoscritto, untorello storico
di gamba molle.
Si è trattato di un 'happening' diverso dalle conferenze vecchio
stampo: con l'ausilio di computer, videoproiettore e diapositive, è
stata illustrata una cospicua serie di semplici (alpinisticamente parlando)
itinerari di montagna, in luoghi particolarmente ricchi di testimonianze
della Grande Guerra, calandoli nel corretto contesto storico e militare.
La gente ha mostrato di apprezzare; perciò l'iniziativa avrà
un seguito, forse anche editoriale; di qui l'idea di darne contezza anche
ai lettori di Area, tra cui gli appassionati, o potenziali tali, di escursionismo
storico potrebbero essere, a occhio, moltissimi.
Insomma, il recupero della memoria avanza; e la terra lombarda, su questo
versante, è terra felice, grazie alla straordinaria opera di Marzio
Tremaglia e dei suoi collaboratori; così, questa iniziativa ha potuto
godere del consistente contributo dell'Assessorato alla Cultura e alla Trasparenza
della regione, nonché della preziosissima collaborazione del C.I.T.E./C.F.P.
di Bergamo, che, grazie al suo Direttore, Filisetti, ha fornito la sala
per la conferenza ed un magistrale supporto tecnico.
Le Alpi furono teatro, per quattro anni, di una guerra terribile e piena
di fascino, tra il 1915 ed il 1918, e in moltissimi casi conservano testimonianze
impressionanti del conflitto, in forma di opere dell'uomo e di ferite inferte
al monte dagli opposti contendenti.
Si tratta, perloppiù, di luoghi di grande bellezza, dove alla monumentalità
dei massicci e dei picchi si unisce quella, silenziosamente ammonitrice,
dei lavori di mina, delle gallerie, delle trincee e dei forti.
Talvolta, sono luoghi difficilmente raggiungibili da parte di chi non abbia
una specifica preparazione alpinistica, ma, spessissimo, il loro accesso
è molto agevole e, qualche volta, lo è perfino troppo: sicchè,
in alcune delle zone più care alla memoria della Grande Guerra si
possono incontrare comitive di turisti, certo ammirate e quasi sopraffatte
dalla grandiosità dei luoghi, ma anche quasi del tutto ignare del
contesto storico degli eventi legati a ciò che stanno guardando.
Eppure, mi è capitato molto spesso che queste persone, apparentemente
simili in tutto e per tutto a quelle che si mettono in coda nei fine settimana
per andare a prendere il gelato dieci chilometri fuori porta, mi ponessero
domande destate da sincero interesse su quello che stava davanti ai loro
occhi: credo che queste persone, che gli studenti, che chiunque desideri
conoscere meglio un passato recente e determinante per i destini dell'Occidente
come è quello della prima guerra mondiale, abbia diritto ad un'informazione
accurata.
Un conto è sentir parlare delle cose, un altro è toccarle
con mano: la storia che raccontano i sassi e i ferri contorti che coprono
le nostre montagne è storia tangibile e, per così dire, incarnata;
quegli stessi studenti che definiscono lo studio scolastico della storia
noioso e poco utile, si emozionano davanti al phaeton usato da Francesco
Ferdinando a Serajevo o carezzando i micidiali cilindri dei 420 inesplosi.
Lasciate, per esempio, la vostra automobile a Bormio, in Valfurva, allo
Stelvio: tutte le cime intorno hanno assistito a scontri epici, tra difficoltà
alpinistiche che per i tempi erano quasi insormontabili, ed episodi di valore
cui difficilmente si riesce a credere, in questi tempi di mutande e flanella:
la Thurwieser, la Trafoier, Punta Spiriti, il San Matteo, e poi i grandi
signori delle alpi centrali, il Gran Zebrù, l'Ortles e il Cevedale;
sono altrettanti monumenti all'eroismo e alla sofferenza dei nostri nonni
e dei nonni dei nostri dirimpettai austriaci.
Oggi, quella montagna che li divise, li affratella, in un unico rispetto
ed in una sola ammirazione.
Oppure, salite a Temù e parcheggiate vicino al bel Museo della Guerra
Bianca; dopo averlo visitato, potete raggiungere il Tonale, e di lì,
comodamente coi mezzi di risalita, passo Paradiso e la Conca di Presena:
le creste che fanno ghirlanda al nevaio furono bagnate del sangue degli
alpini e degli Jaeger, e i loro nomi facevano paura, ottanta e passa anni
fa.
Punta Lagoscuro, i Monticelli, la Sgualdrina, passo Maroccaro; e poi, avanti,
verso il pian di neve, Fargorida, Lares, Cavento, hanno mozzato la penna
di tanti giovani bergamaschi, bresciani, milanesi: moltissimi dei nomi familiari
che leggiamo sui cippi e sulle lapidi fuori dalle nostre chiese e nelle
nostre piazze venivano urlati da superiori e commilitoni nelle adunate e
durante gli assalti; fino all'adunata suprema, quando la truppa la passa
in rassegna il general Cantore, e gli alpini morti non sono mai di corvée.
In realtà, seguendo idealmente lo sviluppo del fronte alpino, non
c'è zona che non sia parimenti affascinante e significativa storicamente:
proseguendo verso est ci sono l'Altissimo ed il Baldo, poi Rovereto e le
Zugne.
Dopo aver percorso la linea del fronte lungo la Vallarsa, in direzione Schio,
vale la pena di seguire per qualche chilometro la carrareccia che sale da
Pian delle Fugazze verso il Milanin, per raggiungere a piedi il rifugio
Papa, alle porte del Pasubio: dalle porte del Pasubio si accede al facile
anello che percorre la Zona Sacra; pochi luoghi conservano vestigia evidenti
della Grande Guerra come lo spaventoso acrocoro di Sette Croci, o come le
fortezze traforate da infinite gallerie del Dente Italiano , di quello Austriaco
e del Corno Pasubio: poco avanti, glorioso e remoto, il Colsanto, e, poco
in basso a meridione, il Corno Battisti, dove fu catturato l'eroe del VI
alpini.
A partire di qui, l'escursionista storico ha infinite possibilità
di scelta sul vasto plateau dell'altopiano dei Sette Comuni, che fu teatro
di battaglie che, pur essendo combattute a quote elevate, videro il concorso
di masse di truppe assai ingenti, come la Strafexpedition o la battaglia
dell'Ortigara.
Dovendo consigliare delle mete, ritengo sia irrinunciabile un' escursione
all'Ortigara, che per gli alpini è monte sacro e maledetto: si può
lasciare l'automobile vicino alla chiesetta del Lozze, e percorrere un facile
sentiero circolare che, costeggiando cima Caldiera, supera il passo dell'Agnella,
segue la linea di cresta dell'Ortigara e ridiscende al Lozze attraverso
il Coston dei Ponari, permettendo di visitare tutti i luoghi della terribile
epopea del giugno del '17, che decimò la neonata 6a armata, e, in
particolare, i suoi 22 battaglioni alpini: ancora oggi, il monte dannato,
quando il clima estivo è piovoso e freddo, fuma maligno, come sotto
gli infiniti magli delle cannonate!
Altre escursioni assai agevoli e con la possibilità di giungere in
automobile fin nei pressi delle zone sacre sono quelle che portano a Casara
Zebio e alla 'lunetta', di cui scrisse Emilio Lussu nel suo "Un anno
sull'altopiano", oppure quella al monte Cengio, dove sorge l'ara del
Granatiere.
L'altopiano, tuttavia, offre un numero davvero vastissimo di itinerari,
tutti assai belli paesaggisticamente e adatti a tematizzazioni storiche:
i forti degli altopiani di Lavarone e Folgaria, la battaglia delle Melette,
sopra Gallio, la battaglia dei Tre Monti; il Cimone, il Priaforà,
il Kaberlaba, sono siti di grande suggestione e ricchi di testimonianze,
come le inverosimili gallerie elicoidali, o le immense cannoniere per i
149.
Varcata la Valsugana, si offrono al viandante memorioso altri luoghi il
cui nome evoca canzoni baldanzose ed un tempo di cinema muto e di aeroplani
di legno e tela: col Moschin, Monte Grappa, Asolone, Tomba, Monfenera.
Anche in questo caso, dopo aver percorso la lunga strada che sale al sacrario
del Grappa ed aver abbandonato l'automobile, si possono percorrere molti
sentieri di grande fascino, mentre lo sguardo può spaziare verso
le dolomiti o verso la pianura vicentina, sugli stessi panorami che si offrivano
ai contendenti che si batterono sul massiccio del Grappa in quel terribile
anno che separò Caporetto da Vittorio Veneto.
Delle Dolomiti non dirò, perché sono centinaia d'anni che
gli escursionisti ne percorrono le forre e le cengie; mi limito a consigliare
qualche itinerario un po' inusuale, come quello che da Salesei porta al
Col di Lana e al Sief, oppure quello del Sass di Stria, sulla pendice del
Falzarego opposta al Lagazuoi.
Sul Lagazuoi, la "Fondazione Cengia Martini" ha creato uno straordinario
museo all'aperto, con visite guidate a cunicoli ed apprestamenti: la gente
non dimentica, e si riprende il suo passato, nonostante gli sforzi dell'intelligentsija
del politically correct!
Le Tofane come la Croda Rossa, il Paterno come il monte Piana sono luoghi
percorsi da sentieri ed alte vie d'ogni genere, sui cui esiste una vasta
bibliografia, cui rimando senz'altro il lettore.
Attraverso la zona Peralba ed il Comelico, il nostro breve tour ci porta
in Carnia, dove sorge il museo delle portatrici carniche di Timau, e dove
dal settore tenuto dalla 4a armata, si passa a quello della 2a, che fu tragicamente
protagonista a Caporetto.
L'ultimo scenario che intendo proporre all'escursionista storico è
quasi tutto in territorio sloveno e, per buona parte, si può percorrere
in automobile.
Partendo dalla zona di Gorizia, dove si possono visitare il monte San Michele,
il Podgora, il Sabotino e, proseguendo lungo l'Isonzo, il monte Santo, si
possono scegliere due vie: percorrere il Vallone di Chiapovano, verso la
Bainsizza e l'altopiano dei Lom, costeggiando il funesto San Gabriele, oppure
costeggiare il fiume verdissimo, andando verso Tolmino via Plezzo e Caporetto.
La conca di Plezzo e la val Trenta sono dominate da due monti abbastanza
faticosi da raggiungere, ma di sicuro fascino: il Rombon e il Monte Nero,
carichi di storia entrambi: sul Rombon capita ancora di trovare i resti
degli alpini che morirono durante la ritirata di Caporetto, alla fine di
ottobre del 1917.
Proseguendo, a Caporetto si possono senz'altro visitare il bel museo della
battaglia e l'ossario; le basse cime che fronteggiano il centro abitato
sono percorribili per buona parte lungo sterrati carrozzabili e conservano
tracce ancora evidenti dei vasti sistemi difensivi italiani: si tratta della
dorsale Kolovrat-Matajur, a suo tempo ritenuta imprendibile (sic).
Avanzando verso Tolmino e poi oltre la testa di ponte austriaca, si incontrano
il Mrzli, il Vodil e infine Santa Maria e Santa Lucia ("sulla sinistra
Isonzo ci sta Santa Lucia, se stanco sei di vivere, t'indicherò la
via…", e il Krasij, di gaddiana memoria.
A questo punto smettiamo di fare gli escursionisti storici, e, fatto il
pieno di benzina, che qui costa la metà che in Italia, voltiamo il
muso dell'automobile verso la Val Natisone, fino a giungere alla longobarda
Cividale: si torna a casa.
Mi rendo conto che il mio vademecum è davvero povero ed inadeguato,
ma è pur sempre un inizio: chi volesse avere maggiori informazioni
può senz'altro contattarmi tramite il giornale; sarò felice
di fornire qualunque documentazione in mio possesso a chi ne facesse richiesta.
L'importante è ricordare e raccontare.
L'importante è essere uomini e non bestie.
Marco Cimmino