All’indomani del 25 luglio 1943, data in cui una votazione del Gran
Consiglio del Fascismo mise, per la prima volta in ventun’anni, in
minoranza, di fatto esautorandolo, il capo del governo, Benito Mussolini,
con l’approvazione di quello che passò alla storia col nome
di “Ordine del Giorno Grandi”, si affacciò alla ribalta
politica italiana un personaggio che, fino ad allora, aveva fatto disastri
solo in ambito militare: Pietro Badoglio.
Il Maresciallo Badoglio, era stato protagonista di alcune tra le pagine
più nere della tragica disfatta di Caporetto, nel 1917; allora, egli
comandava il poderoso XXVII Corpo, nella valle dell’Isonzo: furono
i suoi cannoni che tacquero al momento meno opportuno, favorendo l’infiltrazione
tedesca che avrebbe fatto crollare la chiave di volta dell’intero
dispositivo difensivo italiano.
Eppure, quel piemontese giovane (come comandante di Corpo d’Armata)
ed ambiziosissimo aveva già fatto una carriera fulminante, e non
sarebbe stato per nulla toccato dal redde rationem sulla rotta della 2ª
Armata: le tredici pagine che lo riguardavano, muovendo pesanti accuse circa
la sua condotta, furono stralciate dalla relazione ufficiale della commissione
d’inchiesta; tant’è che, quando Cadorna, proprio in seguito
a Caporetto, venne esonerato dal comando in capo e spedito a Parigi con
la Commissione Interalleata, Badoglio non solo conservò il posto,
ma fu promosso vicecapo di Stato Maggiore, secondo solo a Diaz nelle gerarchie
militari.
Badoglio era un massone, e dei più alti in grado: è bene che
se ne tenga conto; anche il Re era massone, e probabilmente di grado inferiore
al suo.
Inoltre, Badoglio era piemontese: queste due caratteristiche erano una credenziale
di tutto rispetto per fare carriera nell’esercito italiano del 1915.
Il grande salto di qualità, però, egli lo fece quando, da
semplice colonnello, scippò il merito della conquista del monte Sabotino
al legittimo responsabile di quella notevolissima impresa, il generale Venturi:
da allora l’ascesa di Badoglio fu rapidissima e costante.
Finita la guerra, Badoglio fu uno dei Marescialli d’Italia nominati
dal Regime; e come tutti, tranne, forse, Enrico Caviglia (che, non a caso,
era cattolico ed odiava ferocemente Badoglio, da lui considerato un furfante
arrivista), ebbe rapporti molto stretti con il fascismo, che s’ingraziava
la classe militare con una pioggia di onoreficenze e di promozioni.
Nel maggio del 1936, sarebbe stato proprio Pietro Badoglio ad entrare trionfalmente
in Addis Abeba, al comando dell’esercito coloniale italiano: si sarebbe
occupato lui della consegna a Mussolini de “l’Impero”.
Se mai il detto “piemontesi, falsi e cortesi” ha avuto un qualche
senso, esso calza a pennello al Maresciallo, nonché Duca di Addis
Abeba: quando il suo vecchio datore di lavoro se ne andò scortato
dai Carabinieri su di un’ambulanza, il Nostro si affrettò a
correre dal Re e ad offrirsi come colui che avrebbe traghettato l’Italia
dalla dittatura al ripristino dello Statuto.
Che la guerra fosse perduta, nessuno dubitava; restava da stabilire come
perderla.
Anche perché, sparsi per mezzo mondo, c’erano i nostri soldati,
mandati a farsi ammazzare a centinaia di migliaia in nome di una causa che
non sentivano giusta e contro popolazioni che non percepivano come ostili
e nemiche: una resa immediata avrebbe condannato questi soldati alla prigionia,
al caos, alle rappresaglie germaniche.
Tra tutte le possibili soluzioni, come era da aspettarsi, sia Vittorio Emanuele
III che Badoglio, scelsero la più disonorevole per un militare: ingannare
gli uni e gli altri, abbandonare i propri soldati (ma Badoglio aveva già
una certa praticaccia a tal riguardo: a Caporetto aveva lasciato i suoi
nelle peste e se l’era filata all’inglese) e tagliare la corda,
dopo aver confuso le idee a tutti.
Con la sua vocetta fessa, in quel luglio doloroso, Pietro Badoglio annunciava
all’Italia e agli Italiani in armi, dalla Francia nordoccidentale
alle isole greche, che il regime di Mussolini era finito, che il Re era
tornato a godere di tutte le sue prerogative, che lui era il nuovo primo
ministro e, soprattutto, che “… la guerra continuava accanto
all’alleato germanico!”.
Inutile dire che molti, facendo l’equazione: questa è una
guerra fascista, perciò, fine del fascismo uguale fine della guerra!,
buttarono le armi e si avviarono (a piedi, perché di automezzi non
ce n’era) verso casa, dai Balcani e dal Midi; molti, tuttavia, attesero
gli eventi.
E gli eventi furono terribili!
Mentre Mussolini veniva sballottato in un pellegrinaggio assurdo tra varie
località di detenzione (Ponza, Gran Sasso ecc.), i Tedeschi, che
si fidavano degli Italiani quanto si sarebbero fidati di un aspide velenoso,
cominciarono a fare affluire truppe nella Penisola; essi sapevano benissimo
che la mossa successiva alla sostituzione di Mussolini sarebbe stata l’armistizio
con gli Alleati, come, in effetti avvenne.
Badoglio, coadiuvato dai suoi generali da operetta, intavolò subito
trattative segrete con gli angloamericani; questi, nel frattempo, erano
sbarcati in Sicilia, nonostante gli epifonemi del Duce su improbabili respinte
sul bagnasciuga (parola che indica, peraltro, un pezzo della nave: il luogo
dove finisce l’acqua ed inizia la spiaggia si chiama “battigia”!),
e si avviavano a risalire l’Italia.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, in Sicilia, fu firmata dagli Italiani
una resa incondizionata, che, di fatto, gettava nel più disastroso
caos l’esercito, causava l’immediata occupazione militare del
territorio nazionale da parte dei Tedeschi e scaraventava il Paese negli
orrori della guerra civile e del terrore nazista.
Oltretutto, Badoglio e compagnia bella non volevano che si desse notizia
dell’avvenuto armistizio, almeno finché non fossero tutti in
salvo dietro le linee alleate; ecco perché si ricorda l’8 settembre
e non il 3 come data della resa: il 9, il Re, la corte e lo stato maggiore
dell’esercito si rifugiarono in tutta fretta a Brindisi, presi alla
sprovvista dall’annuncio dell’armistizio, dato il giorno prima,
a sorpresa, dagli Americani.
Badoglio lasciò a Roma soltanto un suo ricordo in vinile: un disco
su cui era inciso un comunicato alle forze armate diffuso per tutto il giorno
dalla radio, che rappresenta, a tutt’oggi, uno dei più alti
capolavori di frittura d’aria e di nulla assoluto in termini di significato
(a parte i detti memorabili di Veltroni) , in cui, dando notizia della fine
delle ostilità con gli Alleati, si invitavano, tuttavia, i nostri
uomini a rispondere agli attacchi da qualunque parte venissero!
Era l’8 settembre 1943: oggi noi ricordiamo questa data come se rappresentasse
chissà quale mirabile trionfo della pace sulla guerra, e la fine
di un incubo.
Allora, essa rappresentò, viceversa, l’inizio di una tragedia
che costò al nostro esercito decine di migliaia di morti, massacrati
dai Tedeschi per aver obbedito al proclama di Badoglio, come la divisione
Acqui, a Corfù e Cefalonia; uccisi dai partigiani jugoslavi ed infoibati
insieme a tanti nostri compatrioti civili, colpevoli solo di essere Italiani;
caduti qui e là per l’Europa, sotto i colpi di amici e nemici,
ormai indistinguibili.
A questi morti, si devono aggiungere i quasi 600.000 soldati italiani catturati
dai Tedeschi ed inviati nei campi di lavoro, in Germania: molti di loro
non sono tornati, e i superstiti non scorderanno mai gli stenti, l’umiliazione
e le sofferenze di quella prigionia.
Fu un momento di immense vigliaccherie e di eroismi senza nome, ma una cosa
mi preme dire: la peggiori vigliaccheria, lo scappa-scappa, il “tutti
a casa”, videro come protagonisti soprattutto gli alti ufficiali;
quegli stessi che avevano fatto propri i motti deliranti del Regime, e che
ora scappavano a gambe levate, abbandonando i propri reparti al loro destino.
Probabilmente, dopo tre anni di guerra insensata, con mezzi inferiori
in maniera talmente eclatante da rendere criminale l’idea di far combattere
dei soldati contro un nemico tanto superiore, perfino lo stato maggiore
italiano aveva capito come stavano le cose; e, come spesso accade al nostro
incostantissimo popolo, Badoglio era passato da una (vera o di comodo) cieca
fiducia nelle “ferree legioni” ad un’ altrettanto cieca
fiducia in un rapidissimo epilogo del conflitto nella Penisola, con un’avanzata
fulminea della 5ª armata USA e dell’8ª britannica.
Solo che gli Alleati non ragionavano come Badoglio; e, soprattutto, non
erano disposti a sottomettere il loro piano strategico di attacco alla fortezza
Europa alle esigenze degli Italiani: il fronte meridionale era uno scenario
del tutto secondario, rispetto alla preparazione di ‘Overlord’,
cioè lo sbarco in Normandia, che sarebbe avvenuto il 6 giugno del
1944.
Tra la cacciata dell’ultimo tedesco e le fantasie brindisine del
‘picinella’ stavano la linea “Gustav” e, l’inverno
successivo, quella “Gotica”: il mostro agonizzava, ma era ancora
lontano dall’esalare l’ultimo respiro!
Così, all’Italia toccarono quasi due anni di occupazione tedesca,
di battaglie, di bombardamenti delle città, di terrorismo e di guerra
civile: le toccarono la Repubblica di Salò e le SS, i massacri partigiani
e quelli fascisti, le violenze e i crimini che sempre accompagnano le lotte
fratricide, da Caino e Abele ad oggi.
Ai giorni nostri, si ha la deprecabile tendenza a credere che, in fondo,
noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta, in quanto, sebbene
in extremis, siamo stati cooptati nella grande coalizione democratica contro
il nazifascismo.
Mi verrebbe da dire che, secondo la presente vulgata, in fondo, tutti gli
Italiani di allora fossero, nel loro intimo, degli antifascisti: perfino
Mussolini, anche quando prometteva di radere al suolo la perfida Albione
e di bivaccare a Piccadilly, dentro di sé si sentiva già alleato
con Churchill e De Gaulle.
Invece, gli Alleati non la pensavano così: noi eravamo degli sconfitti,
dei nemici piegati con la forza e, oltretutto, dotati di una certa inclinazione
al tradimento.
Infatti, dopo l’8 settembre, i tentativi di creare delle forze armate
italiane che, combattendo accanto agli angloamericani legittimassero l’immagine
di un’Italia democratica ed antifascista, furono guardati a lungo
con sospetto, quando non apertamente boicottati, dai nostri sedicenti “alleati”,
tanto puzzava di marcio lontano un miglio l’operato di Badoglio e
del Re.
Così, oggi, gli storici inglesi ed americani assistono con stupore
alle manifestazioni di giubilo per la “vittoria” del 25 aprile,
Festa della Liberazione; e si domandano (e ci domandano) cosa avremo mai
da festeggiare!?
A differenza degli storici (o sedicenti tali; chè uno, per fare lo
storico, dovrebbe almeno essersi laureato in storia) di casa nostra, quelli
d’oltralpe sanno perfettamente che il contributo militare dato dai
partigiani alla liberazione del Paese è stato assolutamente insignificante,
e che senza le truppe alleate, essi se ne sarebbero rimasti in montagna
sine die: ammetto che sia più piacevole pensare al riscatto d’Italia
ad opera di Italiani, solo che non è andata così!
Diciamolo bello chiaro: noi la guerra l’abbiamo perduta, punto e a
capo.
Se non ci credete, andatevi a leggere le clausole del trattato di pace,
e poi mi direte se quello è il trattamento che si riserva ad un alleato!
Grazie a quel trattato di pace, figlio legittimo dell’8 settembre,
abbiamo dovuto (e dobbiamo ancora) tenerci i missili americani a San Rossore,
i sommergibili alla Maddalena, gli F14 ad Aviano; è a quel bell’esempio
di rapporti paritetici tra alleati che dobbiamo la perdita dell’Istria
italiana (e all’illuminata attività di statista di Aldo Moro)
e la creazione del Territorio Libero di Trieste, durato fino al 1954!
E’ solo grazie all’opera indefessa e disperata di De Gasperi
(che sapeva benissimo che eravamo degli sconfitti e non dei vincitori) se
non ci è andata peggio!
L’ 8 settembre, perciò, è una bella occasione per riflettere
serenamente sul nostro passato, senza acrimonia né preconcetti: bisogna
ben avere chiaro cosa c’è stato prima e cosa c’è
stato dopo; soprattutto quel che c’è stato dopo, giacchè
su un’enorme finzione storica si è retto tutto un castello
di luoghi comuni difficilissimi a morire, che ancora rendono fumosi e tesi
i rapporti tra le diverse ideologie nel nostro panorama politico, che, non
a caso, proprio il giorno in cui si festeggia la “Liberazione”,
assumono toni a metà tra l’epico ed il comico.
Settembre, diceva Guccini, è il mese del ripensamento: ripensiamoci
un pochino, e facciamo tesoro di questa ricorrenza.
Smettiamo di essere un Paese figlio di Badoglio, della Resistenza, della
Repubblica Sociale e dell’America: proviamo, per la prima volta nella
nostra storia repubblicana, ad essere un Paese padre di tutti gli Italiani.
E, soprattutto, un Paese serio.
Marco Cimmino